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Politica

Ciak, si gira: l’ultima puntata del Lodo Mondadori

Il giudice Mesiano ha emesso la sua sentenza: la Fininvest deve risarcire la Cir di De Benedetti di quasi 750 milioni di euro. La motivazione si rifa’ al concetto di “danno patrimoniale da perdita di chance”. Cosa significa? E dove ha inizio l’ormai ventennale “guerra della rosa”? Una ricostruzione dei fatti che parte dal 2009 e torna indietro fino all’epoca dei garofani rossi e dello scudo crociato.
di Sara Sanzi
21 ottobre 2009 14:25

Il lodo e’, tecnicamente, un pronunciamento che porta alla soluzione stra-giudiziale di una controversia, attraverso il parere di uno o piu’ soggetti terzi, i cosiddetti arbitri. La Mondadori, tecnicamente, era una casa editrice a conduzione familiare fino a che non sono intervenuti due personaggi esterni: l’Ingegnere, cioe’ Carlo De Benedetti, e il Cavaliere, vale a dire Silvio Berlusconi.
Lodo e Mondadori sono, inevitabilmente, diventati un unico sintagma da quando i primi, gli arbitri, hanno cercato di dare ordine ai rapporti tra i secondi, l’ex patron dell’Olivetti e il magnate di Segrate. E’ “la guerra della rosa”, come la defini’ nel 1990 Piero Ottone: una saga lunga e controversa, dai risvolti degni delle migliori spy-story. E allora, per non rischiare di perdersi tra le dinamiche cifrate con cui spesso l’argomento viene descritto, analizziamo la faccenda fin dall’inizio aiutandoci con gli espedienti propri del linguaggio cinematografico. Il primo? Il flash-back: si parte con l’ultimo avvenimento e si torna indietro con un salto lungo quasi vent’anni.

Il protagonista attuale e’ Raimondo Mesiano, magistrato del Tribunale civile di Milano, chiamato a giudicare la validita’ di un ricorso promosso dalla Cir (Compagnie Industriali Riunite) contro la Fininvest; e’ quest’ultima a soccombere visto che, stabilisce il giudice, e’ tenuta a risarcire 749,95 milioni di euro al gruppo di De Benedetti. La motivazione parla di “danno patrimoniale da perdita di chance”. Perche’? Se fossimo in un film, la telecamera dell’operatore a questo punto cambierebbe registro e stile. Si torna agli anni Ottanta, all’epoca del garofano rosso e degli ultimi fuochi dello scudo crociato. E’ il periodo in cui i grandi editori si buttano a capofitto nel campo televisivo. Ci prova Rusconi, fondando Italia 1, e ci crede la Mondadori che vara il progetto Rete 4. Le cose, pero’, non vanno per il verso il giusto: le spese sono state superiori agli introiti e Mario Formenton, a capo dell’azienda e marito di Cristina Mondadori, l’ultimogenita di Arnoldo, e’ costretto a modificare l’assetto societario della casa editrice. Entrano due nuovi soci: Carlo De Benedetti, gia’ promotore de L’Espresso e de La Repubblica, e l’homo novus dell’imprenditoria italiana, Silvio Berlusconi.

Nel marzo del 1987, in seguito alla prematura morte di Formenton, i giochi si riaprono: a rappresentare la famiglia Mondadori ci sono ora Cristina e suo figlio Luca, da una parte, e la sorella Mimma e suo figlio Leonardo, dall’altra; i due nuovi azionisti si schierano con l’uno e con l’altro ramo: l’Ingegnere appoggia i Formenton, il Cavaliere Mimma e Leonardo. A questo punto tutte le partecipazioni azionarie vengono fatte convergere nell’Amef (Arnoldo Mondadori Editoria Finanziaria), una sorta di “scatola”, come la defini’ De Benedetti, all’interno della quale le quote sono distribuite in modo tale da lasciare il 50,3% delle azioni ai due cugini, il 16% alla Cir, l’8% alla Fininvest e il 2% ad azionisti minori. Un disegno apparentemente ottimale, sul quale tuttavia agiscono ben presto le mire dei due contendenti esterni. Inizia De Benedetti nel maggio del 1988 con il rafforzamento del legame con i Formenton e con la stipula, il 21 dicembre dello stesso anno, di un patto che prevede la cessione, entro il 31 gennaio del 1991, di un certo numero di azioni Amef. L’intenzione dell’Ingegnere e’ chiara: vuole ottenere quante piu’ azioni e’ possibile. Per farlo propone un ulteriore movimento: includere nella Mondadori il gruppo editoriale L’Espresso di cui, grazie alla cessione delle quote di Scalfari e Caracciolo, e’ a capo. Ci riesce e il 10 aprile 1989 nasce la “Grande Mondadori” di cui De Benedetti, che ne ha dato a Luca Formenton la vicepresidenza, aspira a diventare l’azionista principale. Formalmente, infatti, non e’ ancora al vertice del maxi-gruppo: lo sara’ a partire dal 31 gennaio 1991 quando, grazie alle azioni cedute da Luca e Cristina, otterra’ la maggioranza anche all’interno dell’Amef.

Le cose pero’ vanno diversamente: Mimma e Leonardo, appoggiati da Berlusconi, e indirettamente da Craxi e dai socialisti, protestano. Il Cavaliere si fa alfiere delle loro rimostranze e inizia a tessere la sua tela: all’esterno dichiara di cercare la conciliazione tra i due cugini cosicche’ possano riprendere in mano, da soli, l’azienda di famiglia; in privato propone a Luca Formenton e a sua madre un apprezzamento delle loro azioni e un concreto aiuto finanziario. Luca e’ comprensibilmente turbato: da una parte l’accordo con De Benedetti, dall’altra le pressioni politiche, della famiglia (suo zio Giorgio per esempio, dalle pagine del Corriere della Sera, gli consiglia l’alleanza con Berlusconi) e di quanti gli fanno notare la subalternita’ all’Ingegnere e il suo strapotere.

Il primo dicembre 1990 arriva, preceduto da alcune indiscrezioni del Sole-24 Ore, il ribaltone; dopo sette mesi e venti giorni, Luca Formenton si dimette e passa dall’altra parte dello schieramento: la presidenza e la vicepresidenza congiunta della casa editrice, insieme al cugino Leonardo, e 300 miliardi di lire lo hanno convinto. Questo e’ quanto il Cavaliere ha saputo offrirgli. Chiuso il corposo antefatto, inizia la trafila giudiziaria. Sempre se fossimo in un film, ci sarebbe un nuovo cambiamento di costumi e fotografia: le azioni, ora, si svolgono prevalentemente in tribunale e gli abiti di scena sono le vesti togate dei magistrati che si sono avvicendati nel corso delle varie udienze. Poiche’ l’occhio del regista non puo’ cogliere tutti i momenti ma solo selezionare i piu’ importanti, la nostra attenzione si soffermera’ su tre date particolari: il 21 giugno 1990, il 14 gennaio 1991 e il 14 luglio 2007.

L’Italia sta cambiando: Borrelli e Di Pietro salgono alla ribalta, Cossiga da libero sfogo alle sue “picconate”, la falce e il martello diventano ornamento di una rigogliosa quercia. Il motivo del dibattimento del 1990 e’ abbastanza chiaro: bisogna decidere che cosa farne del pacchetto d’azioni che i Formenton hanno promesso a De Benedetti e che, per il momento, i magistrati hanno deciso di congelare. E’ questo il momento cruciale della storia: il patto stipulato nel 1988 e’ valido oppure no? Tre sono i giudici chiamati a risolvere la questione, due dei quali scelti dagli stessi contendenti: si tratta di Natalino Irti, Carlo Maria Pratis e Pietro Rescigno. A loro spetta, dopo aver cercato senza successo un accordo tra le parti, il compito di emettere il lodo. Si decide per la validita’ del patto e Berlusconi deve lasciare il ponte di comando. Come in ogni sceneggiatura che si rispetti, tuttavia, non puo’ non esserci il colpo di scena. A cambiare le carte in tavola ci pensa una sentenza della Corte d’Appello di Roma del 14 gennaio 1991; l’allora giudice Vittorio Metta, relatore all’interno della camera di consiglio, accoglie il ricorso dei Formenton e annulla il lodo degli arbitri: il patto non e’ piu’ valido e Luca Formenton, forte delle sue azioni, diventa presidente dell’Amef.

Le ostilita’ tra l’Ingegnere e il Cavaliere continuano: in primo piano c’e’ ora la necessita’ di trovare un accordo. Ci pensa un uomo d’affari di estrema destra ma devoto ad Andreotti che chiama “il Principale”; e’ Giuseppe Ciarrapico, il quale, la sera del 29 aprile, annuncia di aver raggiunto un compromesso: a De Benedetti restano La Repubblica, L’Espresso, i quotidiani locali e meta’ della concessionaria di pubblicita’ Manzoni; a Berlusconi e alla Fininvest, rimangono i periodici, i libri e gli impianti di stampa della Mondadori.

Iniziano e finiscono gli anni Novanta: il Cavaliere scende in campo e diventa, a tornate alterne, Presidente del Consiglio; Hammamet diviene luogo di pellegrinaggio per i nostalgici craxiani e Oscar Luigi Scalfaro soffia ad Andreotti il titolo di Capo dello Stato. I doppiopetto blu dei forzisti riempiono le aule dei tribunali; tra questi tre ottengono il ruolo di protagonisti: sono i cosiddetti “avvocati d’affari” Cesare Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora. Come si inseriscono i tre fedelissimi di Berlusconi in questo lungo copione? E’ una sentenza, quella del 14 luglio 2007, a chiamarli in causa ed e’ strettamente correlata al pronunciamento della Corte d’Appello del 1991: l’ex giudice Vittorio Metta fu corrotto e il suo parere contrario alla validita’ del patto comprato una somma pari a 425 milioni di lire. Gli altarini vengono svelati.

Se fossimo ancora in un film, un investigatore con impermeabile all’ Humphrey Bogart investirebbe di domande gli imputati, instillando il dubbio nello spettatore. Come mai il 24 gennaio 1991 la motivazione della sentenza era gia’ stata depositata e pubblicata? Il lasso di tempo intercorso tra il 14 e il 24 gennaio (calcolando gli orari d’ufficio, i rallentamenti burocratici,etc.) appare troppo ristretto rispetto ai tempi necessari per la stesura e la battitura di 167 pagine dattiloscritte di 25 righe ciascuna. Evidentemente la sentenza era gia’ stata scritta, da un terzo, prima che i giudici si riunissero nella camera di consiglio. Perche’ Previti, venti giorni dopo la sentenza, incassa circa tre miliardi di lire in dollari da un conto estero della Fininvest? Come mai da questa somma di denaro vengono sottratti 425 milioni di lire e fatti arrivare in Italia tramite Acampora e Pacifico, nell’autunno del 1991? Ed e’ un caso che proprio nell’autunno del 1991 Vittorio Metta sia in trattative per l’acquisto di una casa, il cui valore risultera’ essere di 900 milioni? Affondo, retorico, finale: da dove provengono i 400 milioni in contanti, e mai transitati sui suoi conti, che Metta utilizzera’ nell’aprile del 1992 per pagare parte dell’immobile? Risulta chiaro, sostengono i magistrati nel 2007, che il reato di corruzione e’ stato commesso: la sentenza fu comprata con 425 milioni di lire forniti dal conto All Iberian di Fininvest a Previti e poi, per mezzo di Pacifico e Acampora, a Metta.

Ora, e siamo agli ultimi fotogrammi, e’ possibile che il Signor Fininvest non si sia chiesto il perche’ di questi movimenti bancari? Torniamo nel 2009 e la risposta la da Mesiano: “Non e’ assolutamente pensabile” scrive il giudice nelle 140 pagine che condannano la holding della famiglia Berlusconi “che un bonifico dell’importo di Usd 2.732.868 (circa tre miliardi di lire) potesse essere deciso ed effettuato senza che il legale rappresentante, che era poi anche amministratore della Fininvest, lo sapesse e lo accettasse”. Il Presidente del Consiglio, che fino ad ora era stato tenuto fuori dal conflitto in quanto la sua accusa di corruzione semplice era stata prescritta grazie alle attenuanti, dovra’ percio’ risarcire la Cir di De Benedetti. La motivazione, si diceva all’inizio, parla di “danno patrimoniale da perdita di chance”. Perche’? Adesso la risposta e’ logica: se la Fininvest non avesse corrotto Metta, giudice relatore e dunque l’unico a conoscere a fondo i fatti e a relazionarli al resto del collegio (che in base a quanto ascoltato sviluppa la discussione e la successiva decisione), il giudizio finale sarebbe stato diverso? De Benedetti sarebbe potuto diventare il capo del primo gruppo editoriale italiano? Forse. Nel dubbio, il tribunale civile di Milano il 3 ottobre scorso ha decretato la necessita’ di un risarcimento. Tutto qui.

Tutto qui, se non fosse che a risarcire deve essere un uomo dello Stato e che il risarcimento e’ direttamente legato a un’accusa di corruzione. La corruzione e’ uno dei mali contro cui gli uomini dello Stato si battono, o dovrebbero battersi, a suon di leggi e condanne.Ma si sa, la polemica anti-berlusconiana e’ roba gia’ sentita; nessuno vuole passare per farabutto e quella che e’ appena stata fatta e’ solo una ricognizione, un po’ cinematografica, dei fatti. E allora, proprio come se fossimo al cinema, l’ultima scena spetta infine alla voce fuori campo: “Il giudice che ha appena finito di condannare un tale per adulterio, scrive su un pezzettino del foglio che conteneva la sentenza, un biglietto amoroso alla moglie di un collega” (Montaigne).

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