FOCUS ENERGIA - I rigassificatori e l’Italia come hub del gas
Il 20 ottobre scorso è stato ufficialmente inaugurato il rigassificatore offshore di Rovigo, grazie al quale l’Italia importerà ingenti quantitativi di metano dal Qatar; altri impianti simili sono in fase di progettazione e costruzione. Grazie ad essi il nostro paese potrà contare su approvvigionamenti energetici più sicuri e potrà tentare di diventare un hub del gas a livello europeo. Anche se non son tutte rose e fiori.
di Alessandro Valentini 16 novembre 2009 17:41
Con circa 85 miliardi di metri cubi (Mmc) all’anno, l’Italia è il terzo consumatore europeo di gas metano. Buona parte di esso viene utilizzato nel nostro paese per generare, attraverso i cicli combinati, il 57% del nostro fabbisogno annuo di energia elettrica; il resto lo usiamo per i consumi domestici. Ma da dove proviene questo gas? Il nostro paese estrae dal proprio suolo circa 10 Mmc all’anno, e quindi provvede autonomamente soltanto all’8% del suo fabbisogno interno di gas; tutto il resto proviene dall’estero, soprattutto attraverso gasdotti che trasportano il metano da Russia, Algeria e Libia, paesi non stabili o comunque non completamente affidabili, il che ci mette, al pari del resto d’Europa, in una cronica posizione di pericolosa dipendenza e strutturale debolezza. Infine una piccola parte, circa 3 Mmc all’anno, arriva via mare dall’Algeria alle coste liguri, dove le navi attraccano al rigassificatore GNL(che tratta ovvero gas naturale allo stato liquido) di Panigaglia, fino a poco tempo fa l’unico impianto di questo tipo esistente in Italia. All’origine, in questo caso nel paese nordafricano, il metano viene raffreddato al di sotto della sua temperatura di ebollizione, e viene quindi portato allo stato liquido. Ciò ne facilita il trasporto riducendone il volume fino a 600 volte e ne diminuisce i rischi legati all’infiammabilità. Arrivato al rigassificatore su navi dotate di cisterne criogeniche (le metaniere), il gas liquido attraverso l’innalzamento della temperatura viene riportato allo stato aeriforme per poter così essere immesso nella rete terrestre nazionale.
Ora, dopo un iter durato dieci anni che ha visto l’impegno di governi di diverso colore, e dopo cinque anni di lavori, il 20 ottobre scorso è stato ufficialmente inaugurato il secondo rigassificatore italiano, il terminale Adriatic Lng, il primo impianto di rigassificazione offshore al mondo, situato 15 km al largo della costa di Rovigo (Veneto). E’ una piattaforma in cemento grande quanto lo stadio di San Siro e, grazie ad un contratto stipulato nel 2001, per i prossimi 25 anni due volte alla settimana metaniere provenienti dal Qatar vi attraccheranno per svuotare nei suoi serbatoi gas liquido per 6,4 Mmc all’anno, a fronte di una capacità di rigassificazione totale dell’impianto di 8 Mmc. La costruzione di un impianto del genere lontano dalla costa ha il vantaggio di attenuare i rischi per la popolazione: l’imponente mole di questi impianti, e soprattutto la quantità di gas altamente infiammabile che vi transita, costituiscono effettivamente dei grossi fattori di pericolo, e come tali vengono percepiti dalle popolazioni locali, anche se bisogna dire che a livello mondiale impianti di questo tipo non sono mai stati protagonisti di gravi incidenti. L’unico di rilievo ebbe luogo nel 1944 negli Stati Uniti, a Cleveland, dove 90 milioni di metri cubi di gas esplosero causando 130 vittime. Ma all’epoca la tecnologia era alquanto più primitiva rispetto all’attuale.
Rimangono tuttavia alcune perplessità legate all’impatto ambientale della rigassificazione: una, su scala locale, riguarda il divario termico necessario per riportare allo stato aeriforme il gas. Durante questo processo viene assorbito calore, e vengono liberate molte frigorie (unità di misura analoga alla caloria), che rischiano di danneggiare l’ambiente marino circostante. Questo stesso aspetto però rappresenta anche una grande opportunità in termini di risparmio energetico e applicazioni tecnologiche, tuttavia al momento solo sulla carta: il freddo sprigionato infatti potrebbe essere utilizzato per processi di surgelazione tipici dell’industria alimentare del freddo, o per la ricerca nel campo dei superconduttori e delle nanotecnologie. La maggiore perplessità riguarda però l’inefficienza energetica complessiva dell’intero ciclo grazie a cui il gas arriva a destinazione: se i rigassificatori di per sé non comportano particolari emissioni di CO2, altrettanto non si può dire riguardo all’estrazione, alla liquefazione e soprattutto al trasporto via nave del metano.
Comunque sia l’impianto di Rovigo, di proprietà dell’Adriatic LNG, società partecipata per il 45% da ExxonMobil , per un altro 45% da Qatar Petroleum, e dall’italiana Edison per il rimanente 10%, nelle intenzioni dell’attuale governo dovrebbe essere soltanto il primo di 11 rigassificatori, alcuni già in via di realizzazione (Livorno, Porto Empedocle, Capobianco), che ci renderebbero secondi soltanto al Giappone nell’utilizzazione di questo metodo di approvvigionamento energetico. Questa politica energetica di trasporto del GNL ha nella teoria due ordini di ricadute positive sul nostro paese. Anzitutto ha il merito di contribuire in maniera concreta alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento (intese come paesi d’origine). Effettivamente quella dei rigassificatori, per quanto più costosa rispetto ai gasdotti, è per il nostro paese una strada obbligata per far arrivare gas da giacimenti naturali troppo lontani per essere collegati con gasdotti, garantendoci così rifornimenti più sicuri: nel caso di Adriatic LNG per esempio il metano giungerà dal Qatar che al momento è il terzo paese al mondo per riserve di questo gas. L’ aumento dell’offerta di metano nel nostro paese dovrebbe poi comportare una riduzione degli importi delle bollette. A questo riguardo va però fatto notare che se le nostre bollette sono di un terzo più care rispetto a quelle degli altri cittadini europei ciò è dovuto anche alla costosa generazione di elettricità proprio attraverso il gas.
D’altro canto occorre notare come in realtà esistano nel nostro paese alcuni limiti strutturali alla crescita di consumo di metano. La metanizzazione dei comuni italiani è quasi completata, ed inoltre è in costante declino la domanda industriale di gas, anche a causa dei recenti fenomeni di delocalizzazione delle imprese all’estero. Inoltre l’obiettivo comunitario del 20/20/20 entro il 2020 (20% in meno di emissioni, 20% di risparmio energetico, 20% di rinnovabili sul totale dei consumi) impone una politica energetica meno focalizzata sull’uso del gas. E proprio la Commissione europea valuta per il 2020, in caso di raggiungimento degli obiettivi prefissati, il fabbisogno italiano di gas a 90 Mmc annui. E allora perché costruire ben 11 rigassificatori, che porterebbero a 150 Mmc all’anno la quantità di gas che l’Italia saprà importare, ovvero ben oltre il fabbisogno interno stimato? L’idea di fondo è quella di fare dell’Italia un hub energetico, in questo caso un vero e proprio snodo del gas, sfruttando finalmente la posizione geografica del nostro paese, ponte nel Mediterraneo tra l’ Europa grande consumatrice di energia ed il Sud e l’Est ricchi di giacimenti.
Nelle intenzioni ciò aumenterebbe il nostro peso strategico nel quadro europeo ed internazionale, e sarebbe un grande business per le imprese italiane coinvolte. In realtà affinché ciò si verifichi è necessario, oltre alla costruzione dei rigassificatori, che si realizzino anche altre condizioni, quali un’adeguata presenza nei paesi di origine di impianti di liquefazione (attualmente in numero molto inferiore ai rigassificatori), la creazione di gasdotti in uscita dal nostro paese, la cui assenza al momento rende di fatto impossibile esportare gas dall’Italia al resto d’Europa, la separazione di Snam, gestore della rete nazionale di trasporto del gas, da Eni, attore privato. Inoltre il vero punto debole di questa strategia è che l’Italia punterebbe su una fonte di energia scarsamente presente sul suo territorio, e quindi, se è vero che così avrebbe un portafoglio di opzioni più ampio, si affrancherebbe però solo parzialmente dal problema della dipendenza energetica da paesi esteri. Ciò che invece è ovviamente scongiurato nel campo delle energie rinnovabili, che si producono in loco, ma non per esempio nel campo del nucleare, dove uranio e plutonio andrebbero comunque importati da fuori.



