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Esteri

I vent’anni della primavera di Pechino

Nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, reparti delle forze armate cinesi entrarono a Pechino aprendosi la strada a forza per disperdere gli studenti e gli scioperanti che da settimane paralizzavano la città. Terminava così nel sangue una protesta studentesca che nelle sue sette settimane aveva attratto la partecipazione di fasce tanto ampie della popolazione da far credere che il regime di Pechino fosse sull’orlo del collasso.
di Carmine Rossi
4 giugno 2009 18:38

L’immagine del giovane studente senza nome che da solo cerca di opporsi al passaggio di una colonna di carri armati è entrata nell’immaginario collettivo occidentale come uno dei principali simboli della tragica repressione del movimento studentesco cinese del 1989. Ad accendere la "primavera di Pechino" fu un evento quasi fortuito, la morte, il 15 aprile 1989, di Hu Yaobang. Hu, uno tra i più importanti esponenti riformisti del Partito comunista, era stato deposto dalla carica di segretario generale e allontanato dalla vita politica alla fine del 1986. I funerali del defunto, trasformato per l’occasione in un campione della democrazia, divennero per gli studenti il pretesto per denunciare il dilagare della corruzione e reclamare l’attuazione di riforme politiche, maggiore libertà di espressione e un dialogo diretto con il potere politico. Da quel momento tra gli studenti e le autorità andò sviluppandosi un lento braccio di ferro, con agitazioni e interruzioni dei corsi nei campus, avvertimenti lanciati dal governo a non lasciarsi strumentalizzare da un "complotto controrivoluzionario" e divieti a manifestare puntualmente disattesi. Il punto principale del contendere era la richiesta di un incontro diretto con le massime autorità politiche che una rappresentanza degli studenti richiedeva al fine di legittimare le istanze del movimento. Gli elementi più radicali della leadership degli studenti decisero quindi d’innalzare il livello della sfida e il 13 maggio più 2.000 studenti occuparono Piazza Tian’anmen, centro simbolico del potere politico sin dai tempi degli imperatori, e più di cento tra loro iniziarono uno sciopero della fame.

La data fu scelta con cura, poiché due giorni dopo era atteso l’arrivo in città del Presidente sovietico Mikhail Gorbachev. Centinaia di giornalisti dei principali network televisivi occidentali erano già nella capitale per seguire il vertice della riconciliazione sino-sovietica e furono quindi testimoni dell’imponente mobilitazione popolare a sostegno degli studenti che portò centinaia di migliaia, forse addirittura un milione, di persone in piazza in una Pechino praticamente paralizzata dalla sospensione generale del lavoro. Il protocollo del vertice fu totalmente sconvolto, mentre analoghe pacifiche manifestazioni si estendevano a numerose altre città del paese e migliaia di giovani si riversano ogni giorno dalle province alla capitale. Concluso il vertice e perdurando le agitazioni, la sera del 19 maggio il governo annunciò l’imposizione della legge marziale e del coprifuoco, ma le truppe inviate in città il mattino seguente per disperdere i manifestanti arretrarono davanti alle centinaia di migliaia di persone scese pacificamente in strada. In città tutto rimase com’era. L’impressione era sempre più quella di un pericoloso vuoto di potere, con il regime paralizzato e impotente a causa di una profonda spaccatura tra i fautori della linea della persuasione (sostenuta dai riformisti) e quella della repressione (appoggiata dai conservatori e dagli anziani del Partito).

Lo stallo durò per altre due settimane e più il tempo passava, più Deng Xiaoping (padre e sostenitore delle riforme economiche e dell’apertura della Cina al mondo occidentale e vero ago della bilancia e decisore di ultima istanza all’interno della dirigenza cinese) si avvicinava alle posizioni dei fautori della linea dura. A preoccupare era che la convergenza tra il dissenso studentesco e il malcontento sociale ampiamente diffuso nella popolazione potesse saldarsi e trasformasi in rivolta aperta, provocando una nuova guerra civile o un’esplosione di caos e anarchia analoga a quella vissuta nel decennio della Rivoluzione culturale. Convinto che in gioco fosse ormai la sopravvivenza del Partito e la stessa unità nazionale del paese, Deng diede alla fine via libera ai militari che nella notte tra il 3 e il 4 giugno avanzarono sulla città. Gli scontri principali si verificarono durante l’avvicinamento a Piazza Tian’anmen e continuarono anche dopo lo sgombero della stessa per altri tre giorni, prima che i militari riuscissero a riprendere il pieno controllo della città. Il governo cinese non ha mai fornito un bilancio attendibile delle vittime il cui numero rimane tuttora avvolto nel mistero. Le cifre ufficiali diffuse il 19 giugno indicano in totale 241 i morti e 7.000 i feriti tra militari e civili, ma questi numeri sono ritenuti poco attendibili, poiché privi di qualsiasi elemento in grado di confermarne la correttezza, a partire dal nome delle vittime. Altrettanto poco attendibili sono peraltro giudicate anche le prime stime di fonte giornalistica diffuse in quei giorni che indicavano in circa 4.000 i morti, cifra oggi ritenuta generalmente esagerata.

Qualunque sia la verità delle cifre, l’intervento dell’esercito provocò la morte di centinaia di cittadini inermi e cambiò per sempre la vita dei milioni di cinesi che presero parte alle proteste, costringendone decine all’esilio, centinaia alla prigione e condannandone molti alla perenne sorveglianza e ostilità delle autorità. Da allora, il Partito ha cercato di rimuovere la memoria del massacro, giustificandolo come il male minore da pagare per scongiurare un ritorno al caos e all’anarchia e garantire la stabilità che ha permesso lo sviluppo economico che ne è seguito. Una tesi immediatamente liquidata dai critici del regime cinese che spesso interpretano romanticamente il movimento della primavera del 1989 come una sollevazione popolare in nome della democrazia, contro l’oppressione di un regime totalitario e per l’instaurazione di un sistema democratico di tipo occidentale. Nella realtà, gli studenti erano molto più divisi negli obiettivi e molto meno pervasi dal concetto occidentale di democrazia di quanto generalmente appare a un osservatore casuale.
Com’era accaduto esattamente settanta anni prima in occasione di un’altra importante ribellione giovanile, il movimento studentesco del 1989 diede in realtà voce a un senso di malessere diffuso in tutti gli strati sociali della popolazione. Un malcontento effettivo, ma frammentario, dove ogni gruppo sociale era portatore di proprie istanze e rivendicazioni, spesso in contrasto tra loro. Gli studenti criticavano l’immobilismo di una classe dirigente incapace ad abbandonare il modello di modernizzazione fino ad allora seguito che limitava strettamente le riforme alla sola liberalizzazione economica, escludendo invece qualunque riforma politica. La richiesta di maggiore rappresentatività e più libertà di espressione non era tesa alla creazione di un sistema democratico di stampo occidentale, quanto strumento per riformare il sistema e assicurare l’efficienza dell’apparato statale e combattere la corruzione. La denuncia dell’inefficienza e della corruzione del sistema politico erano temi d’immediata presa sul resto della popolazione, sofferente per la rapidità e le difficoltà che le riforme economiche e l’introduzione dei meccanismi di mercato stavano creando e per l’incapacità mostrata dal potere a gestirne gli aspetti più deteriori.

Nella primavera del 1989 il tessuto sociale cinese stava vivendo un’acuta crisi economica, in cui gli effetti di una fortissima pressione inflazionistica provocata dal "surriscaldamento" dell’economia si cumulavano all’aumento della disoccupazione generato dal piano di austerità lanciato dal governo proprio per frenare l’inflazione. Stretta tra disoccupazione e aumento del costo della vita, la popolazione sembrava sempre più insofferente verso le riforme economiche che pure avevano consentito di migliorare enormemente e in pochi anni le loro condizioni di vita; particolarmente invisi erano le nuove procedure di assunzione a contratto e l’abolizione di certi privilegi, presenti soprattutto nel settore statale, come la garanzia del posto fisso, gli avanzamenti automatici per anzianità e non per merito, la trasmissione ereditaria dell’impiego e i meccanismi di protezione sociale garantiti dall’unità di lavoro d’appartenenza. A ciò si aggiungeva l’indignazione per il lusso ostentato dei nuovi ricchi e la diffusione quasi endemica di corruzione e nepotismo tra i funzionari statali e i quadri del Partito; mali, questi, tanto diffusi da esser divenuti tra le principali cause della perdita di credibilità subita dal Partito negli anni successivi all’avvio delle riforme economiche e principale collante tra le istanze della popolazione e degli studenti.

Ormai sono trascorsi vent’anni da quei giorni e il tentativo di rimozione della memoria sembra in gran parte riuscito. Il governo applica filtri ai motori di ricerca su Internet, esercita pressioni sulla vita professionale di coloro si mostrano troppo interessati a certe tematiche tabù e ogni anno, all’arrivo del 4 giugno, innalzano ulteriormente il proprio livello di attenzione, ponendo i dissidenti agli arresti o sotto stretta sorveglianza e applicando misure speciali di ordine pubblico. Eppure non sembra che questa rimozione sia esclusivamente frutto dell’impegno del regime. Vent’anni di boom economico e di stupefacente progresso delle condizioni di vita della popolazione hanno costruito una base di consenso reale. Il sistema politico cinese rimane un sistema autoritario, ma fintanto che il Partito continua ad assicurare stabilità e progresso economico la popolazione sembra disposta a rinunciare a parte delle proprie libertà politiche e intellettuali.

Senza dimenticare che la società cinese sta lentamente cambiando: oggi i controlli sulla vita privata della popolazione sono molto meno invasivi e rigorosi di un tempo, gli studenti cinesi hanno molte più opportunità di studiare all’estero e confrontarsi con i loro coetanei di altri paesi e anche i più accesi critici di Pechino riconoscono che vi è una maggiore (anche se non certo completa) libertà di espressione. Di più, tra gli intellettuali cinesi, alcuni degli esponenti del pensiero nazionalistico contestano ormai apertamente l’utilità stessa di un trapianto tout court nel contesto nazionale di riforme politiche in senso democratico. E così, tra l’oblio delle vecchie generazioni che hanno dimenticato o voluto dimenticare, delle nuove che non ha mai saputo o voluto sapere e la paura di chi ricorda ma teme che infrangere il tabù possa portare sventura alla propria vita e a quella dei propri famigliari, la memoria della repressione del 1989 sembra sempre più sbiadita tra cinesi. A mantenerla viva sembrano ormai essere quasi esclusivamente i dissidenti trasferitisi all’estero e i relativamente pochi che in patria continuano tra mille difficoltà a chiedere alle autorità di fare piena luce sulle responsabilità politiche di quei fatti o che, come le "Madri di Tian’anmen ", ogni anno domandano al Partito di riabilitare la memoria dei propri figli, liberandoli dall’infamante definizione di "controrivoluzionari".

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