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Politica

Il referendum fallisce

Cronaca di una morte annunciata per il referendum del 21 giugno. Affluenza abbondantemente sotto il quorum per il voto che avrebbe permesso di cambiare tre punti della attuale legge elettorale. Il voto ha provocato divisioni politiche ma anche esplicitato un enorme disinteresse da parte degli elettori nell’utilizzo dello strumento come espressione della volontà popolare.
di Lorenzo Castellani
6 luglio 2009 20:29

 Tre i quesiti referendari da votare a scelta validi per la modificazione della legge elettorale. Votando sì per il primo, in caso di raggiungimento del quorum, sarebbe stato possibile abolire il premio di maggioranza per la coalizione più votata alla Camera. Stessa dicitura per il secondo quesito valido invece per abolire il premio di maggioranza al Senato. Con il terzo, sempre in caso di raggiungimento del quorum, sarebbe stata abolita la possibili per ciascun candidato alla Camera di presentarsi in più di una circoscrizione elettorale.

L’affluenza. I numeri parlano da soli. E’ andato a votare il 23% degli aventi diritto. Nel dettaglio, per il quesito 1 ha votato il 23,31% degli aventi diritto; per il quesito 2 ha votato il 23,31% mentre per il quesito 3 ha votato il 23,84%. Si tratta del peggior risultato di sempre nella storia dei referendum: il precedente primato negativo risale al 2003, con il 25,5% di affluenza alle urne in occasione del referendum sul reintegro dei lavoratori ingiustamente licenziati. I ballottaggi per le amministrative hanno agito da traino rispetto al referendum, al punto che in alcuni grandi centri chiamati a scegliere il sindaco o il presidente della provincia, il quorum, di fatto, è stato raggiunto. I dati in dettaglio città per città forniti dal Viminale lo dimostrano. Emblematici risultano, in tal senso, i casi di Firenze, Padova, Bologna e Bari. Prendendo come riferimento il quesito referendario n. 3, che a livello nazionale ha registrato la quota maggiore di votanti, nel capoluogo toscano l’affluenza ha raggiunto il 51,7%. Nella città veneta la percentuale è stata del 54,3%, a Bari del 55,2%.

E a Bologna si è sfiorato il 60%. Al di là delle percentuali si è evidenziata ancora una volta la scarsa fiducia degli elettori italiani nei confronti della politica e dello strumento principe della democrazia dal basso, il referendum appunto. Una disaffezione alle urne che sembra oramai sempre più consolidarsi nel tempo. I numeri evidenzia anche l’ormai scarso interesse nel combattere i privilegi di una Casta che sembra sempre più consolidata in posizione di intangibilità e di un bipartitismo che stenta fortemente a decollare. Colpa anche di una certa disattenzione in primis dei partiti politici e dei media verso il referendum del 21 giugno nonché della modalità con cui erano posti i quesiti.

Ora tocca al Parlamento. La legge porcata, come è stata definita da uno dei suoi principali artefici il ministro leghista Calderoli, dunque resta in vigore. Toccherà ora all’aula di Montecitorio discutere e preparare il testo di una nuova legge elettorale. Nel frattempo la classe politica si interroga sull’utilità dello strumento referendario. Il ministro degli Interni Roberto Maroni ha dichiarato: «Mi riservo - ha annunciato il titolare del Viminale - di avanzare nei prossimi giorni» una proposta per «riformare l’articolo 75 della Costituzione e la legge attuativa dei referendum».

Le reazioni. Il promotore per il referendum Giovanni Guzzetta, che domenica ha accusato Maroni di voler boicottare la consultazione referendaria: «In molti seggi non volevano nemmeno dare le schede per far votare per i referendum...» aveva detto. Guzzetta non nasconde tuttavia l’amarezza per il mancato raggiungimento del quorum, mettendo in relazione il «problema dell’affluenza» con il fatto che, a suo giudizio, «di questo referendum si è parlato in questi ultimi tre giorni, nonostante la campagna sia di trenta giorni per legge. Io credo che in trenta giorni la televisione pubblica abbia dedicato non più di quattro-cinque ore».L’esito della consultazione referendaria fa esultare invece la Lega. «Anche nei momenti più difficili e drammatici, noi siamo capaci di vincere perché la gente è con noi» ha detto il leader del Carroccio Umberto Bossi. «Messa come l’avevano messa, il risultato del referendum è una nostra vittoria» è il commento di Roberto Calderoli. «Per come era stato fatto - ha aggiunto - questo referendum era stato concepito per cercare di distruggere la Lega e perciò, visto il risultato, possiamo dire che è stata una vittoria della Lega». Non è stupito della scarsa affluenza alle urne per il referendum Gianfranco Fini. «I quesiti erano troppo tecnici», ha sottolineato il presidente della Camera, «e sicuramente - ha aggiunto - c’è una certa stanchezza da parte degli elettori. Era prevedibile che fosse questo l’esito dei referendum, anche se mi dispiace dirlo».

Nessuna sorpresa neanche da parte di Emma Bonino: «Come si pretendeva che la gente si appassionasse al referendum se tutti i media erano orientati al non raggiungimento del quorum?», chiede la leader radicale. «Per quanto riguarda il nostro comportamento di nettissima denuncia del carattere sostanzialmente aberrante di questa proposta referendaria, se il nostro indirizzo è stato quello di privilegiare la partecipazione piena raccomandandola sotto la forma del "no", essenziale è stato il nostro rifiuto più che la forma prescelta. A tal punto che io stesso ho dimenticato di recarmi a votare!» ha detto Marco Pannella. Per il segretario del Prc, Paolo Ferrero «il dato politico è che gli italiani dicono no alla semplificazione bipartitica». Dello stesso avviso il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, secondo il quale «misero fallimento» del referendum dimostra che «il bipartitismo è stato bocciato».

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