Iran: il risveglio di un popolo
Il 12 giugno si sono verificate le elezioni del nuovo presidente iraniano. Il clima che si respirava nei giorni precedenti ha contribuito ad alimentare la speranza di un cambiamento di regime nel Paese. L’affluenza alle urne è stata altissima, ma tanta è stata la delusione quando i primi dati ufficiali hanno assegnato la vittoria al presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad. La protesta si è velocemente diffusa in tutto l’Iran e ha avuto il suo fulcro a Tehran. La risposta repressiva da parte delle autorità ha provato la tenacia e l’esasperazione del popolo iraniano.
di Ilaria Parogni 4 luglio 2009 15:31
Il sistema politico iraniano, creato a seguito della rivoluzione che tolse il potere allo Shah Mohammed Reza Pahlavi nel 1979 e diede origine alla Repubblica Islamica dell’Iran, sembra in questi giorni essere messo a dura prova. Caratterizzato da una divisione di potere tra un’autorità religiosa non eletta e un capo civile eletto a lui subordinato, la Repubblica islamica è riuscita per trent’anni a mantenere un forte squilibrio a favore del potere teocratico detenuto dall’ayatollah nei confronti di quello democratico preservato dal presidente. L’ayatollah Ali Khamenei, Leader Supremo dell’Iran, ha sempre esercitato una grande influenza sul presidente populista Ahmadinejad e sulle sue decisioni, fino al punto che alcuni studiosi definiscono l’elezione del presidente iraniano come un mero stratagemma per concedere, entro i limiti, un quantitativo d’illusoria libertà alla popolazione, che verrebbe in tal modo tenuta a bada. Tutto questo sarebbe stato permesso, fino a ora, dai livelli di analfabetismo della popolazione, e soprattutto di quella proveniente dalle zone rurali. La gente, più interessata alla sopravvivenza che al rispetto dei suoi diritti, avrebbe accettato passivamente lo status quo.
La società, e soprattutto la sua porzione più giovane, avrebbe, tuttavia, avviato un processo di cambiamento, al quale avrebbero contribuito la diffusione dell’educazione e la globalizzazione. La classe media avrebbe acquisito consapevolezza dei suoi diritti e sarebbe ora pronta a rivendicarli. Questo è già stato evidente in passato, nel periodo tra il 1997 e il 2005, quando il movimento riformista ha assunto il potere sotto il presidente Muhammad Khatami. Per questo il malcontento nei confronti dei risultati delle elezioni del 12 giugno 2009 è stato espresso in maniera prorompente. In molti attendevano con ansia il trionfo del candidato dell’opposizione Mir-Hossein Mousavi, nonostante Ahmadinejad abbia il supporto della parte più povera della popolazione, facilmente attirata dalla sua propaganda e iniziative populiste. Le incongruenze registrate nel contesto della proclamazione dei dati ufficiali, comunque, hanno scatenato gli umori di migliaia di dimostranti, scesi in piazza a Tehran per esprimere il loro malcontento. Ai loro occhi, la sconfitta di Mousavi e i risultati elettorali non sono altro che la dimostrazione di evidenti brogli elettorali. I sondaggi pre-elezione davano per certo un "testa a testa" tra Ahmadinejad e Mousavi, e i dati ufficiali, che hanno sancito la vittoria del presidente uscente con il 63% voti contro 33% del leader dell’opposizione, sono parsi da subito una beffa. La stessa velocità con la quale è stato effettuato il conteggio dei voti è vista con sospetto, così come il fatto che gli osservatori siano stati banditi dai seggi. La conferma di pesanti irregolarità nel voto è stata poi rafforzata dalla scoperta di reti telefoniche interrotte, del sabotaggio del servizio nazionale di sms organizzato per tenere un conteggio alternativo dei voti e delle perquisizioni e arresti di figure di spicco dell’opposizione.
La condanna da parte di Mousavi è stata forte, e ha risvegliato la popolazione, che ha continuato a protestare, nonostante le azioni repressive da parte delle autorità. Khamenei, infatti, esprime il suo supporto per Ahmadinejad, tanto da proclamarlo "il presidente di tutta la nazione". Il 15 giugno la situazione ha raggiunto l’apice della tensione, con più di un milione di persone in piazza contro Ahmadinejad. La polizia arriva a sparare sulla folla, mentre si registrano le prime vittime della rivolta.
Nel frattempo la comunicazione diventa sempre più difficile. I giornalisti locali si vedono imposto il divieto di recarsi sui luoghi della rivolta, mentre i media statali propongono informazioni distorte sugli eventi di Tehran. I giornalisti stranieri vengono espulsi. La popolazione iraniana non si arrende. E’ essa stessa a prendere in mano la situazione e fare informazione: social network, quali Twitter e Facebook, e siti web, come Youtube, diventano i nuovi veicoli di diffusione di video e informazioni. Per quanto manchino di riscontri oggettivi, esse sono una delle poche maniere tramite le quali si può mantenere un collegamento con l’Iran, nonostante l’opposizione delle autorità.
La condanna internazionale è unanime ma cauta. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha lanciato la strategia del “guarda e aspetta”, cercando di non intromettersi eccessivamente nelle vicende iraniane ma fornendo supporto morale alla popolazione in protesta. Questo, tuttavia, è stato sufficiente a destare la risposta stizzita di Ahmadinejad. Il leader iraniano ha condannato le intromissioni da parte del presidente statunitense nelle politiche del Paese e ha in tal modo segnalato un’inversione di rotta rispetto al riavvicinamento che si era intravisto nelle relazioni tra i due a partire dall’elezione di Obama. Nel frattempo le proteste continuano. L’intensità e il numero di persone coinvolte, tuttavia, diminuiscono. Un riconteggio del 10% dei voti è stato alla fine ordinato da Khamenei, ma ha semplicemente confermato i dati precedenti. Per ora non si può far altro che aspettare e sperare che il risveglio di un popolo non si concluda con un nulla di fatto.



