Prove di una lunga campagna elettorale
Il clima rovente che in questi giorni caratterizza il dibattito politico tra opposti schieramenti e all’interno degli stessi, sembra essere solo ’l’antipasto’ di lunghi mesi di campagna elettorale in vista delle regionali in programma a Marzo. E c’è il rischio concreto che ancora una volta il paese dovrà attendere per vedere alla luce riforme condivise per il suo rilancio.
di Alessandro Valentini 28 settembre 2009 20:04
Il 21 settembre è cominciato l’autunno e nel primo pomeriggio, a casa di Gianni Letta, si sono incontrati per la prima volta dopo settimane di tensione Berlusconi e Fini. Su un rapporto politico e personale di per sé già raffreddatosi è calato il gelo dopo gli attacchi che “Il Giornale” ha sferrato dalle sue pagine contro l’ormai ex direttore dell’Avvenire Dino Boffo,e contro lo stesso Fini, tacciato da Feltri di “non essere più di destra”, colpevole per le sue posizioni eterodosse sul voto amministrativo agli immigrati, sul testamento biologico e sui gay, nonché per la sua avversione al clima da rissa fomentato da un certo giornalismo. I contrasti che contano però non sono quelli tra il direttore della testata e Fini, bensì quelli tra quest’ultimo e Berlusconi, e afferiscono in realtà al metodo piuttosto che al merito: se è già da tempo che i due hanno vedute diverse sulla centralità del ruolo del Parlamento e sull’uso massiccio che il Premier fa della decretazione d’urgenza, più recentemente il risentimento del Presidente della Camera è cresciuto anche in riferimento ai processi decisionali e ai rapporti di forza venutisi a creare all’interno del tuttora giovane Pdl e della maggioranza. Di carne al fuoco ce n’è tanta, e la riunione non è stata che “un primo passo”, ma almeno ha avuto il merito di accantonare per il momento lo scontro tra i due leader maximi del partito di centrodestra.
Non poco, dato che in questi giorni la polemica politica sta montando su più fronti: mentre si inizia a discutere della Legge Finanziaria 2010, che a fronte dei persistenti effetti negativi della crisi economica in termini di occupazione e Pil si presenta comunque molto snella, e contiene il controverso provvedimento dello scudo fiscale allargato, continua ad avere centralità il tema dell’’informazione, alimentata negli ultimi giorni da diversi casi targati Rai (il caso Porta a Porta/Ballarò, il contratto di Travaglio ad Anno zero, la decisione dell’azienda di non offrire più copertura legale ai giornalisti di Report, i sospetti sulla prossima tornata di nomine). Lo stesso Premier inoltre è invischiato nella sua personale guerra contro parte della stampa nazionale ed estera, e a sinistra il risentimento per quella che viene definita come una vera e propria “emergenza democratica” ha almeno temporaneamente riavvicinato Di Pietro al Pd, e culminerà nella manifestazione di Roma del tre ottobre prossimo indetta dalla Fnsi a difesa della libertà d’informazione.
Pochi giorni dopo invece la Consulta dovrà pronunciarsi sulla costituzionalità del Lodo Alfano e, anche se nel Pdl si respira un cauto ottimismo, non è tuttavia da escludere che un eventuale parere negativo possa aprire nuovi scenari sia all’interno del partito che a livello istituzionale. Come se non bastasse il tragico attacco di Kabul contro i militari italiani ha riacceso anche il dibattito sul ruolo dell’Italia nella missione Nato in Afghanistan, che già fece traballare il governo Prodi poco meno di tre di anni fa: la nostra presenza in quel vero e proprio teatro di guerra ha sempre sollevato posizioni contrastanti sia a destra che a sinistra, e oggi Lega e Idv sostengono un ritiro rapido dalla missione. Il partito di Bossi, forte del suo potere elettorale nel settentrione, continua a condizionare pesantemente gli orientamenti dell’esecutivo, creando talvolta fastidi per Berlusconi, come per esempio le perplessità emerse in sede internazionale in merito ad alcuni provvedimenti del Governo italiano (respingimenti e reato di clandestinità), o l’irritazione del Colle per il ritardo con cui Palazzo Chigi ha presentato il piano dei lavori per le celebrazioni dei 150 anni di unità d’Italia.
E se di questa situazione cerca di approfittare l’Udc, mantenendosi equidistante da Pdl e Pd e cercando a loro danno di incrementare i consensi nell’elettorato cattolico, proprio lo stato dei rapporti tra la maggioranza e il Vaticano potrebbe influenzare quello che, calendario dei lavori parlamentari alla mano, sarà il principale argomento di scontro delle prossime settimane, ovvero lo scivoloso terreno delle bioetica e della laicità dello Stato. I dossier sul tavolo sono tanti: se pochi giorni fa si è registrata alla Camera l’approvazione in prima lettura, in appena due sedute, della legge sulle cure palliative con una insolita maggioranza trasversale, sicuramente più nette saranno le contrapposizioni su temi più delicati come la diagnosi prenatale sul feto, i crediti scolastici attribuiti dall’ora di religione, la commercializzazione della pillola abortiva RU486, e soprattutto la legge sul testamento biologico, il cui testo molto restrittivo approvato al Senato è ora approdato alla Camera. A proposito del biotestamento, sarà interessante vedere se nella maggioranza prevarrà l’orientamento di apertura verso un testo che prefiguri la possibilità di interruzione di alimentazione ed idratazione forzata, così come sostenuto da Fini e dai suoi, o se Berlusconi premerà per un voto compatto e compiacente verso le gerarchie ecclesiastiche e l’elettorato cattolico, ciò che infastidirebbe tutti i laici che non accetterebbero questo vero e proprio baratto di indulgenza fatto sulla pelle degli italiani. Di certo questi temi getteranno benzina sul fuoco anche nel Pd, impegnato (e troppo distratto) nelle sue beghe interne almeno fino al 25 ottobre, quando sarà scelto il suo nuovo segretario. E difatti l’indizione di un’indagine conoscitiva del Senato sulla RU486 è bastata a far riaffiorare le crepe mai colmate sulle questioni etiche che regolarmente spaccano il Pd.
Si preannuncia insomma un autunno politico di fuoco, e allargando l’orizzonte temporale si coglie immediatamente il perché: il 21 e 22 marzo prossimo la maggioranza degli italiani sarà chiamata ad eleggere i propri governatori in ben 13 regioni ( Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria ). Sarà l’ultima tornata elettorale nazionale fino alla fine naturale della legislatura, e toccherà le Regioni più popolose e ricche del paese, fondamentali per gli equilibri politici tanto al Nord quanto al Sud, e quindi, anche in virtù dei sempre più ampi poteri legislativi e di bilancio concessi alle Regioni, ridisegneranno la mappa del potere sul territorio italiano. E’ una partita troppo importante, e tutti gli attori in campo lo sanno bene: le tensioni di queste ultime settimane non sono che le avvisaglie di una lunga campagna elettorale che probabilmente è già cominciata, col rischio concreto che i temi al centro del dibattito e dell’attività politica dei prossimi mesi possano essere strumentalizzati da più parti finendo per assurgere a meri campi di battaglia dove i partiti agiranno per proprio tornaconto elettorale. E se da una parte questo contesto potrebbe addirittura accentuare la poco edificante abitudine della nostra attuale classe politica a cavalcare le onde emotive dell’opinione pubblica o a farsi dettare l’agenda dai giornali di partito, dall’altra la prospettiva elettorale comporterà l’ennesimo rinvio per l’inizio di quella coraggiosa stagione di riforme condivise e liberalizzazioni forse impopolari ma di cui il paese sente la massima urgenza, e di cui questo Governo, con l’ampia maggioranza che detiene in Parlamento, potrebbe farsi carico.



