Quando Pasolini si innamorò di Sana’a
Nel 1970 Pasolini scoprì la città vecchia di Sana’a, e non potè che rimanerne innamorato. Decise allora di girare con la pellicola che gli era avanzata dalle riprese per cui si era recato lì un documentario-appello rivolto all’UNESCO affinché si adoperasse per la difesa della capitale yemenita dalle insidie della modernità.
di Alessandro Valentini 20 ottobre 2009 10:07
Nell’autunno del 1970 Pier Paolo Pasolini si recò a Sana’a, nell’allora Yemen del nord, per girare con la sua troupe alcune scene del film “Il fiore delle Mille e una Notte”. Artista sensibile al fascino e alla preziosità dei centri urbani ricchi di storia, non poté che innamorarsi della città vecchia della capitale yemenita, racchiusa tra imponenti mura alte dai 6 ai 9 metri che le avevano permesso di conservare intatti i suoi caratteri originari e la sua straordinaria bellezza, come se i secoli si fossero avvicendati al ritmo dei giorni. Situata su di un altipiano a 2200 metri di altezza, Sana’a è di origine antichissime: secondo la tradizione fu la prima città fondata dopo il diluvio, da Sem, figlio di Noè e capostipite dei semiti, ma è comunque certa la sua esistenza come città dei sabei a partire dal VI secolo a.c. .
Dal VII secolo d.c divenne uno dei primi e maggiori centri di propagazione dell’Islam, e rimase importante centro religioso e commerciale della penisola arabica anche sotto i mamelucchi e gli ottomani, fino all’indipendenza nel 1918. Col risultato che quella di Sana’a è una Medina tra le più grandi del mondo arabo, con 103 moschee, 14 hammam, ed un enorme suk che si snoda per le vie della città e che è formato da 40 mercati contigui, ognuno specializzato in una tipologia di merce. Ciò che rende unico lo skyline della città vecchia però sono, oltre ai tanti minareti, soprattutto i 6000 edifici antichi, costruiti tutti prima dell’XI secolo: questi veri e propri grattacieli dell’antichità, anche di 9 piani, e alti fino a 20 metri, furono costruiti con mattoni frutto di un impasto di paglia e fango, che conferirono l’inconfondibile colore della terra ai palazzi, impreziositi però dalle pregiate decorazioni alle finestre.
Il nome della città significa “città fortificata, protetta”, ed in effetti quello che Pasolini scoprì all’interno di quelle mura fu un centro rimasto isolato per secoli dal resto del mondo, che aveva conservato la sua architettura originaria e le sue tradizioni fatte di colori, odori e mestieri, e che soltanto allora cominciava a scoprire la “modernità”, sotto forma di modelli di sviluppo e di consumo importati dall’occidente o dalla Cina. L’artista-regista nella sua carriera ebbe più volte occasione di denunciare la violenza, sotto forma di deturpazione, che la modernità di quella che egli chiamava società neocapitalista arrecava a tanta purezza, o più in generale a quanto di bello la storia delle città ci ha consegnato: così filmò e parlò tra gli altri, dei casi di Orte, Sabaudia, e di altre città del Terzo Mondo, e del rischio che queste correvano di vedere la loro anima stravolta dalla corsa inarrestabile di un progresso che aveva perso la sua umanità, e si evolveva soltanto nel nome del consumismo e dell’arricchimento. Quello che però fece per Sana’a fu alquanto originale, anche se necessitò di parecchio tempo per portare i suoi frutti.
La mattina del 18 ottobre di 39 anni fa, l’artista-regista decise di girare con la pellicola che gli era avanzata dalle riprese del suo film un documentario sulla città: un breve (solo 13 minuti) ma suggestivo viaggio nelle strade di una Sana’a ancora incontaminata e fuori dal tempo, che si risolse in un accorato appello dell’artista all’UNESCO, affinché si adoperasse per preservare quel prezioso patrimonio storico-artistico. Diversi anni dopo, nel 1984, l’organizzazione internazionale cominciò finalmente a interessarsi alle mura della capitale yemenita e al tesoro che esse avevano conservato. Dal 1986 il centro storico di Sana’a è finalmente patrimonio mondiale dell’umanità UNESCO.



