Rosy Bindi: comunque vada sarà un successo
di Danielantonio Di Palma 12 ottobre 2007 16:32
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Una donna candidata alle primarie del Pd, l’unica. Proprio come per il Partito Democratico americano. Ma se oltre oceano Hillary Clinton gode del favore dei pronostici, Rosy Bindi è l’icona dell’outsider: difficilmente riuscirà a portare a casa una vittoria. Lei, che di esperienza nella politica italiana ne ha da vendere, è consapevole della difficoltà di raggiungere la prima piazza al termine degli scrutini per le primarie del 14 Ottobre. “C’è sicuramente un candidato dato per favorito – spiega Rosy Bindi, riferendosi a Walter Veltroni – lui ha il sostegno forte dei due partiti fondatori: io sono riuscita però a coinvolgere migliaia di persone tra candidati, organizzatori e giovani. Si è creata una rete composta da gente molto motivata. Forse più motivata rispetto a quella degli altri candidati. Ma questo non vuol dire essere rinunciatari”. Insomma è pronta ad affrontare l’ennesima sfida, con l’intento di far parte di un nuovo partito volto al cambiamento della classe politica attuale e che possa coinvolgere “democraticamente” più cittadini possibili. E questo a partire dalla primarie.
“Il 14 Ottobre si può votare per il cambiamento – spiega il ministro delle politiche per la Famiglia – il futuro partito avrà bisogno di un gran movimento di partecipazione popolare che si deve coinvolgere, non tanto contro la politica e i partiti, come avviene in questa fase di ribellione contro la politica stessa. Il Pd è un’occasione per creare qualcosa di nuovo nel Paese”. Essenziale nelle sue dichiarazioni e nella sua oratoria politica, breve e concisa, punta alla semplicità del discorso per cercare di arrivare direttamente alla gente. Forse non sarà trasversale come il suo rivale più accreditato, ma riesce a suscitare entusiasmi su fronti che apparentemente sembrano inconciliabili. Questo è dovuto anche al suo background culturale e politico.
Molto cattolica, ai tempi dell’Università è una fervente attivista dell’Azione Cattolica. Consegue la laurea in Scienze Politiche a Siena, Ateneo che ancora oggi può vantare nel suo organico il Ministro come ricercatore di Diritto Amministrativo. La sua carriera Universitaria passa anche per la capitale dove è assistente di Vittorio Bachelet. E’ con lui quando il 12 febbraio del 1980 un commando delle Brigate Rosse lo uccide. Nove anni più tardi abbandona la vicedirezione nazionale dell’Azione cattolica e viene eletta deputato europeo nella circoscrizione Nordest. Ben 211 mila voti: solo Andreotti riesce a far meglio. Dopo il crollo Dc per le note vicende di Tangentopoli, lei è tra quelli che metteranno su il Partito Popolare e poi l’Ulivo. Nel 1996, durante il primo governo Prodi, ricopre la carica di ministro della Sanità e vara la riforma del servizio sanitario nazionale. Oggi è Ministro della Famiglia, pur non avendone una. Celebre la sua affermazione: “due genitori, una sorella, due nipoti e due pronipoti fanno una famiglia”.
E sul tema delle unioni civili che la Bindi definisce il disegno di legge sui Dico un punto di equilibrio saggio in materia di politiche della famiglia. “Sarei sempre disponibile a difenderlo in Parlamento. Purtroppo in questo momento, non per la responsabilità del governo, ma per la composizione delle due camere, sembra non esserci una maggioranza. L’augurio è che un forte Pd sia in grado di realizzare questa possibilità e possa portare avanti questo problema per risolverlo. Sono stata rimproverata di aver messo questo problema al primo posto, di averlo considerato prioritario”. Proprio sui Dico ha polemizzato spesso negli ultimi giorni di avvicinamento alle primarie, affermando a gran voce che se sono finiti nel dimenticatoio è perché li hanno affossati, da fronti diversi, Cesare Salvi e Paola Binetti.
Sui costi della politica, altro tema che tocca la sensibilità della gente, sposta l’attenzione su un piano di analisi differente. Spiega che non è solo una questione del "quanto costa la politica", ma soprattutto di ”quanto rende”. “Il problema principale – afferma il ministro – è che forse dobbiamo renderci conto che, una volta diminuiti i costi della politica, se il rendimento sarà lo stesso, ci illuderemo di aver risolto il problema. Prima di tutto va ridotto il numero dei parlamentari: abbiamo il doppio di quelli degli Usa. Poi a livello locale, negli ultimi anni, c’è stata una proliferazione della classe dirigente davvero eccessiva e spesso inconcludente”. Quindi la proposta è di tagliare i parlamentari e i costi, di istituire delle agenzie indipendenti che possano controllare effettivamente le spese da loro effettuate, senza però tagliare i fondi alla politica stessa, “sennò la politica la farà solo chi di soldi ne ha tanti”. E il riferimento non è affatto casuale.
Giuliano Ferrara ha scritto: “Rosy Bindi è l’unica candidata di carattere”. Lei ringrazia, anche quando le chiedono qual è la vera differenza con le campagne elettorali dei suoi avversari. “Ho il favore del centrodestra stavolta”. E c’è anche chi la considera il candidato più a sinistra, ma taglia corto dicendo che si sente sempre la stessa e che forse qualcun altro “ si è spostato a destra”. La Bindi quando sente parlare di un milione di elettori alle urne di Domenica 14, sentenzia che si tratterebbe di un flop. Walter Veltroni ha detto che un milione sarebbe un successo. Il sindaco di Roma ha paura che il confronto con i quattro milioni che votarono Prodi alle altre primarie faccia svanire il risultato di queste e lo indebolisca quando sarà leader del Partito Democratico. Il ministro invece vuole proprio trovarselo il giorno dopo vincitore ma non stravincitore, e farsi largo. Altri politici hanno calcolato che se ciascuno dei 35mila candidati alle assemblee nazionale e regionali si fa votare in media da 50 persone, verrà superata la quota del milione e mezzo. Sotto, quindi, troppo poco; sopra i due milioni un successo.
E a chi pensa che Rosy Bindi sia stata messa lì, tra i candidati del Pd, per togliere voti al favorito numero uno, nel ruolo di disturbatore, si sbaglia di grosso. Lo conferma anche lei. Dopo anni di candidature in collegi disperati e dispersi, senza mai essere riuscita a portare dietro di sé pullman di sostenitori, voti ai congressi, posti di lavoro agli elettori o ad infiammare le piazze italiane, ha ancora voglia di misurarsi in un progetto che ritiene valido e fondamentale per la difesa della democrazia. “Si tratta di un’Assemblea Costituente non di un congresso: quindi anche chi non arriva primo avrà il suo peso”. Comunque vada, sarà un successo.



