Nel 1987, sulla scia dell’onda emotiva suscitata dall’incidente di Chernobyl, l’80% degli italiani si espresse in un referendum popolare per lo stop alla generazione di energia attraverso le centrali nucleari. Chi nel nostro paese è favorevole ad un ritorno al nucleare lamenta, non avendo tutti i torti, la situazione paradossale venutasi a creare anche a seguito di quell’esito referendario: gli italiani pagano l’energia più di chiunque altro in Europa, e sono comunque a rischio contaminazione per l’alto numero di centrali nucleari esistenti subito al di là dei nostri confini. Inoltre la crescente consapevolezza della necessità di una maggiore indipendenza energetica e di una produzione di energia che comporti meno emissioni di Co2 nell’atmosfera ha contributo anch’essa a riaccendere nel nostro paese il dibattito sul nucleare.
L’attuale governo ha sempre manifestato l’intenzione di rilanciarlo, ed in effetti, dal 9 luglio scorso, con l’approvazione definitiva del Ddl Sviluppo da parte del Senato, il ritorno dell’Italia al nucleare è legge. Precedentemente, in febbraio, Enel aveva firmato con la francese EdF un memorandum of understanding per la collaborazione nella costruzione di 4 centrali nucleari che dovranno essere operative nella penisola tra il 2020 ed il 2023. In questi giorni si è tornato a parlare di dove potrebbero essere localizzate le centrali, ma il Ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola ha affermato che la scelta definitiva dei siti non avverrà prima di primavera. Ovvero non prima delle elezioni regionali. Che questa tempistica non sia casuale è abbastanza evidente, poiché i passaggi più delicati che l’esecutivo dovrà affrontare sono proprio quelli con le regioni: eccezion fatta per timide aperture dal Veneto e dalla Sicilia, la maggior parte dei governatori italiani è attualmente contraria ad ospitare sul suolo della propria regione una centrale nucleare; la Puglia il 4 dicembre scorso ha varato una legge regionale che vieta sul suo territorio il nucleare in qualsiasi sua fase (quindi dalla produzione allo stoccaggio nei depositi di scorie). Il Piemonte, la Toscana e la Calabria dal canto loro hanno annunciato che faranno ricorso contro la norma che reintroduce il nucleare, specie per la parte che prevede che il governo possa decidere dove costruire i siti senza consultare le regioni. Quello della localizzazione dei 4 reattori è tuttavia solo uno dei nodi da sciogliere, bisognerà infatti identificare anche i siti per lo stoccaggio delle scorie radioattive e quantificare le compensazioni economiche per le popolazioni interessate.
Pare già assodato invece il tipo di tecnologia che si utilizzerà: i reattori che verranno realizzati saranno di terza generazione avanzata e del tipo EPR (European Pressurized Reactor, reattore nucleare europeo ad acqua pressurizzata) . Si tratta di una tecnologia sviluppata dalla francese Areva, per cui nel processo di fissione si utilizza acqua naturale sotto-raffreddata per il raffreddamento del nocciolo e la moderazione dei neutroni. Per terza generazione “avanzata” si intendono invece soltanto più elevati standard di sicurezza e convenienza economica rispetto alle generazioni precedenti. Al momento, insieme a due centrali che i francesi stanno costruendo in Cina, gli impianti in cantiere nella centrale finlandese di Olkiluoto e in quella francese di Flamanville sono gli unici reattori EPR attualmente in costruzione al mondo. In particolare il cantiere di Olkiluoto, commissionato alla francese Areva e alla tedesca Siemens, è partito nel 2005 e avrebbe dovuto chiudersi nel 2009, con un costo totale di 2,5 miliardi di euro. Però, come peraltro Greenpeace sta denunciando da diversi mesi, imprevisti, difetti nella costruzione, violazioni di misure di sicurezza hanno causato uno slittamento della fine dei lavori di almeno tre anni, e hanno fatto lievitare i costi fino a 5,3 miliardi di euro. La nuova tecnologia quindi sta evidenziando non pochi problemi già in fase di realizzazione.
In un’intervista di pochi giorni fa il premio Nobel Carlo Rubbia è tornato a criticare la decisione dell’attuale governo sul rilancio del nucleare, chiedendosi se contestualmente si è deciso anche come smaltire le scorie (che con la tecnologia EPR sono in minor quantità ma più radioattive), e soprattutto quale possa essere l’apporto strategico di 4 reattori nucleari se la Francia copre sì il 76% del suo fabbisogno energetico col nucleare, ma con 58 reattori. Tra l’altro qualche settimana fa ha fatto scalpore la notizia che il paese transalpino in ottobre, per la prima volta dal 1982, ha dovuto importare energia, a causa del blocco simultaneo di 18 dei suoi 58 reattori, a causa di incidenti o operazioni di manutenzione. Rubbia è critico verso il ricorso al nucleare anche per l’alto costo necessario alla realizzazione delle centrali, e per il fatto che ci vogliono circa dieci anni per costruirle e avviarle a pieno regime; il che significa che non apporterebbero una veloce risposta alle questioni urgenti attinenti alla sicurezza energetica e all’efficienza in termini di diversificazione verso fonti meno inquinanti. In questo senso il contributo delle rinnovabili sarebbe più rapido e quindi efficace, anche se va detto che se si ambisse a creare centrali solari o eoliche in grado di fornire gli stessi megawatt garantiti da 4 impianti nucleari l’impatto sul territorio, in termini di superficie che andrebbe dedicata agli impianti, sarebbe ben maggiore; inoltre, almeno per il momento, le rinnovabili sono meno affidabili dal punto di vista della costanza dell’approvvigionamento. Ma a loro volta sono di certo più pulite e sicure. A fronte di una quota (che dovrebbe essere via via decrescente) di energia prodotta dai combustibili fossili, la scelta tra il nucleare e l’energia verde, o comunque il dosaggio fra loro, diventa quindi strategica, determinando quel mix energetico grazie al quale ogni paese intende raggiungere i propri obiettivi di efficienza e indipendenza.
Per esempio la Germania, terza potenza economica al mondo, primo consumatore di energia in Europa, ma anche il paese europeo più impegnato nel campo delle rinnovabili, ha deciso che entro il 2021 dismetterà le ultime 17 centrali nucleari ancora in funzione sul suo territorio, scegliendo così di puntare sulle rinnovabili, oltre che sul metano. Negli Stati Uniti invece il grande piano energetico di Obama prevede non solo massicci investimenti nelle fonti di energia rinnovabile, ma anche lo stanziamento di fondi, per la prima volta dal 1978, per la costruzione di 4 nuove centrali nucleari. I lavori non dovrebbero cominciare prima di qualche anno, perché i reattori che si vogliono realizzare saranno di quarta generazione, una tecnologia innovativa ancora in fase di studio, e molto diversa dall’attuale: sarà più affidabile, più sicura - ovvero in grado di garantire sicurezza anche in caso di attacco terroristico aereo, cosa al momento non garantita – e più economica, grazie ad un uso più efficiente delle risorse naturali e soprattutto grazie al ritrattamento delle scorie, ovvero al loro riutilizzo, con cui si supererebbero almeno parzialmente i problemi relativi allo stoccaggio dei rifiuti radioattivi, ed alla temuta scarsità dell’uranio. Infine, secondo il piano anti-crisi presentato nei giorni scorsi da Sarkozy, la Francia stanzierà 5 miliardi di euro per le rinnovabili, ed uno soltanto per il nucleare, proprio nel campo della ricerca sui reattori di quarta generazione. In Italia, ammesso che la volontà popolare espressa nel 1987 sia “scaduta”, alla luce delle diverse opzioni possibili sarebbe auspicabile una riflessione sul nucleare quantomeno più attenta (non solo sul “se”, ma anche sul “come” e sul “quanto”), sulla base non di pregiudizi ideologici ma soprattutto di precise valutazioni scientifiche.